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“Lavoro migrante”: Solomon Kwame Dwamenah In evidenza

di Francesca Dallatana - Cittadino e lavoratore. Worker and citizen.

“E’ Dio che mi ha mandato qui. Fuori dall’Italia mi sento perso. Qui mi sento a casa”.
Viene dal Ghana e vive in Italia da trentaquattro anni, Solomon Kwame Dwamenah. Nel suo Paese faceva l’insegnante. La regola prima dell’integrazione la dice in inglese: “If you go to Rome, do as the Romans do”.
“Noi immigrati abbiamo un dovere. E’ il rispetto. Per chi ci accoglie. Per il Paese. Quando sono venuto qui sapevo che ero io a dovermi adeguare. Adeguarsi significa: imparare la lingua, imparare un lavoro, cercare un lavoro. Dialogare e costruire una relazione con la società, con le comunità.”
Lo dice con lo sguardo fermo, dietro le lenti. L’espressione del volto è cordiale e calda. Di serietà calibrata.

Della lingua italiana, lui si è innamorato. Lo dichiara espressamente, con le parole. Lo dimostra nella sua narrazione ritmata dal pensiero, cadenzata da pause di riflessione e da frasi pensate e sintatticamente perfette. Prende appunti sul grande blocco note della mente prima di parlare. Centellina il dialogo. Anche con le parole si costruiscono le relazioni: un mattone sull’altro, posato con cura. Ascolta più di quanto parli. Nonostante si sia detto interessato a farsi conoscere tra le pieghe delle domande e risposte dell’intervista della Gazzetta dell’Emilia.

Dedica silenzio e attenzione ad ogni domanda. Prende il tempo e il respiro del pensiero prima di dire.
“Non avevo nessuna intenzione di uscire dal mio Paese. Non pensavo di andarmene. Ero molto legato a mia madre, alla mia famiglia. Lo sono tuttora. Sono partito in un momento particolare della mia vita familiare. Mia moglie ed io eravamo in attesa del nostro secondo figlio.” Ribatte così alla sollecitazione dedicata al là d’inizio della sua esperienza come lavoratore migrante. “Volevo migliorare la mia vita e quella della mia famiglia e regalare un sorriso alle persone a me care. Dal Ghana sarei voluto andare in Inghilterra, per la lingua. Ho scelto l’Italia perché non era previsto il rimpatrio, allora.” Una scelta razionale rispetto allo scopo.

“Sono arrivato in modo diverso rispetto ai migranti di oggi. Non ho attraversato il mare. Ho viaggiato in aereo, con un visto di ingresso per i mondiali di calcio del millenovecentonovanta. Un viaggio da Accra a Fiumicino. Ma allo stadio non sono andato. Ho guardato le partite alla televisione. Ho rischiato, sono stato fortunato. All’epoca bastava avere un visto turistico. Sono arrivati allora i primi flussi di immigrati.”

L’equilibrio ha preso il posto della preoccupazione e della stanchezza, oggi. Solomon Kwame Dwamenah non ha dimenticato la motivazione della partenza dal Paese di origine e nemmeno la fatica e l’incertezza del periodo d’inizio e la solitudine. “Non conoscevo nessuno. Qualcuno mi ha detto di una persona a Palermo, che poteva aiutarmi. Parliamo di un mondo e di un tempo molto diverso rispetto ad oggi. Non c’era il telefono cellulare. E’ arrivato dopo. E, se c’era, non era così diffuso come oggi. Non era nelle mani di tutti.”

Da Roma a Palermo, per cercare una possibilità di lavoro: “A Palermo sono stato ospite di una coppia. Qualche giorno dopo il mio arrivo, il marito mi ha proposto di andare a vedere un lavoro.” Ed è cominciata l’esperienza come lavoratore migrante. “Sono solamente andato a vedere il lavoro, per capire che cosa si facesse e come lo si dovesse fare. Si trattava di pulire le scale. Per due mesi ho osservato. Poi l’amico mi ha regalato uno dei suoi lavori. Mi ha presentato a un signore italiano. Ed io ho cominciato a lavorare a Mondello. Ho fatto anche le pulizie per una famiglia, per due o tre volte la settimana: pulivo i pavimenti, i vetri, facevo le pulizie generali. Ricevevo un compenso in lire.”

Sud, Sicilia, poi il nord. Alla ricerca di un contratto di lavoro, che rappresenta le fondamenta dell’integrazione in un Paese nuovo. Ma la Sicilia non sbiadisce nel lento e lungo viaggio del treno verso il nord. “In Sicilia ci sono i miei migliori amici. Non dimentico l’inizio. Non scompare la forza della solidarietà che mi ha dato coraggio e forza.” La memoria dei primi passi in terra straniera è la pista di decollo prima di sollevarsi dal suolo e di iniziare la vita italiana.
Il piano di volo dell’integrazione in Italia lo ha scritto con la ragione e a partire dall’appartenenza alla Chiesa evangelica, alla quale ha sempre donato tempo, intelligenza e disponibilità e dalla quale mai ha preteso.
Italia insulare, poi nord: dalla Sicilia al lago Maggiore, a Verbania. Il pastore della Chiesa gli propone un’occupazione come mediatore culturale, ma Solomon Kwame Dwamenah declina l’invito. Non accetta di essere pagato dalla Chiesa. L’appartenenza alla Chiesa dipende dalla idealità e dalla purezza della fede, non dalla necessità quotidiana. “Non volevo essere pagato dalla Chiesa. Ma soprattutto non volevo diventare qualcuno che non ero. Allora, andavo in giro a dire: abbiamo la nostra Chiesa qui e possiamo incontrarci, celebrare e pregare insieme. Per la Chiesa – continua il lavoratore ghanese - tenevo sermoni brevi in lingua inglese. Abbiamo creato momenti nei quali ciascuno potesse pregare nella propria lingua. La lingua materna è un veicolo straordinario per entrare in risonanza con la propria intimità personale e spirituale più profonda: ci si parla nella lingua che viene dalla memoria antica quando la vita costringe alla fermata del banco di prova.”

Sul lago, continua a cercare il lavoro in autonomia. L’orgoglio dell’indipendenza è un tratto che lo accompagna per tutto il percorso di integrazione fino al capolinea, se di capolinea si possa parlare in una dinamica articolata e complessa come quella dei processi migratori e di interazione sociale.
A Verbania si prospetta la possibilità di un lavoro in trasferta, in Piemonte. Un lavoro duro, sull’asfalto freddo dell’inverno e sotto il sole implacabile dell’estate. “La fabbrica era all’aperto. Lavoravo fuori. Al freddo e al caldo. E fa molto caldo sull’asfalto quando il sole è alto, un caldo da svenimento. Ma è un lavoro. E il lavoro è importante per raggiungere l’indipendenza, la propria autonomia e quella della famiglia. Ho lavorato per dieci mesi sulla strada. Un impegno faticoso, necessario per costruire e manutenere una infrastruttura importante per una parte dell’Italia del nord e per tutto il Paese. Il gruppo di lavoro era composto da sei persone. Eravamo tutti migranti.” Torino è un caposaldo periodizzante nella vita del lavoratore Solomon Kwame Dwamenah.

Nella memoria, sono in evidenza i passaggi significativi della sua vita italiana: “Siamo nel millenovecentonovantuno. E’ in corso la prima guerra del Golfo. Solo ieri. Eppure, così lontano nel tempo. In quel periodo ho fatto fatica. Mi sono spostato ancora. Giravo in motorino a cercare lavoro dappertutto. Poi sono venuto a Parma, in provincia. E ho trovato lavoro presso la mia attuale azienda. Era il millenovecentonovantadue, mese di marzo. Ho cominciato a lavorare presso l’azienda Battioni e Pagani Pompe Spa, nel Comune di Sorbolo Mezzani, nel parmense. E’ una metalmeccanica. Mi sono trovato bene, per la relazione che ho instaurato con i titolari di allora. E mi trovo bene con le persone che oggi hanno preso il loro posto. Ho ricoperto diversi ruoli. Ho iniziato con la verniciatura, poi mi sono impegnato nel montaggio delle pompe. Mi sono occupato anche del caricamento delle macchine Cnc, a controllo numerico. Ho imparato un lavoro e sono stato accolto.”

1990-2024: e le migrazioni continuano. Sempre più giovani, le persone sulle carrette del mare. Che cosa è cambiato da allora e che cosa succede in Africa dal punto di osservazione di un lavoratore migrante fortemente radicato?
Il silenzio anticipa la risposta. “La vita qui è migliore. Il costo della vita in Africa è molto più basso rispetto a quello italiano. Ma qui ci sono più possibilità. Bisogna lavorare duro per farcela. Non scorrono latte e miele per le strade. Fuori dall’Africa ogni Paese è un paradiso. Possiamo dire così. La piaga dell’Africa è il mal governo, la corruzione. A spingere i migranti, oggi come ieri, è soprattutto l’aspettativa economica. A volte sono i genitori a spingere i figli alla migrazione.”

Aspettative alte rispetto alle possibilità di lavoro: che cosa vede Solomon Kwame Dwamenah? “La situazione qui è molto cambiata rispetto al tempo del mio arrivo. Ora ci sono molte possibilità di formazione professionale e, prima di tutto, linguistica. I ragazzi dovrebbero avere un loro bagaglio culturale, loro strumenti acquisiti nel Paese di origine. Poche volte è così. Vengono da contesti di disperazione. I genitori li spingono verso la migrazione, anche se per loro separarsi dai figli non è facile. Per farcela bisogna lavorare duro. E’ un’umanità disperata, fatta di preoccupazione, di necessità e di speranza di futuro. Lavorando, qui in Europa, è possibile riuscire a conquistare una vita migliore. Il senso della realtà e la disponibilità al lavoro e al dialogo con la società che accoglie sono fondamentali. E’ questo il mio messaggio rivolto ai giovani migranti.”
Lui, l’italiano, lo ha studiato anche a Colorno, dopo le prime tappe italiane. Ricorda l’amica Franca e gli occhi si increspano di commozione dietro le lenti. Si rivede a teatro, nei primi anni parmensi, dove ha raccontato il suo viaggio verso la terra europea e ha dedicato emozioni e parole al racconto dell’integrazione, alla fatica e alla speranza, alla dignità e alle paure. Anche uno dei quotidiani locali, La Gazzetta di Parma, ne aveva scritto. “Quel pezzo della mia vita si è spezzato troppo presto”, sussurra a occhi bassi in ricordo di Franca.
Il lavoro continua. Stessa azienda e un impegno ancora più forte. Solomon Kwame Dwamenah ha preso parte come testimone significativo all’inizio del mese di aprile del duemilaventiquattro alla “Conferenza sul lavoro”, organizzata da Glam, la Commissione per la globalizzazione e l’ambiente della Federazione delle Chiese evangeliche. Alla conferenza - dal titolo “Aspetti teologici e pastorali. Vocazione agroalimentare e lavoro nel territorio parmense” coordinata da Antonella Visintin - ha ricordato i passaggi significativi come lavoratore migrante. E come cittadino italiano.
Sorride, il lavoratore italiano di adozione. “Sono ghanese. Volevo rimanere ghanese. Fino a che una persona che rappresenta lo Stato italiano mi ha fatto notare che l’integrazione si era compiuta. Sei un cittadino italiano, mi ha detto. E ha sottolineato: hai il dovere e il diritto di essere un cittadino italiano. Ho chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana. Era il duemiladiciotto.”

Il Ghana è lontano? “Lo porto nella mente e nel cuore. Sento di dover dare al mio Paese di origine ciò che non sono riuscito a dare nella mia gioventù.”
Un progetto per il Ghana? “Un progetto: un sogno. Irrigare quella terra per farla rinascere a nuova vita. Con le pompe che contribuisco a costruire ogni giorno.”

 

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