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Viaggiatori nei secoli in Italia alla scoperta dei cibi (non) tipici In evidenza

Conferenza del prof. Diego Zancani (Oxford University) nell'ambito dell'Amfiteatrof Music Festival. All'Ospitalia del Mare di Levanto sabato 26 agosto, alle ore 21:30.

L’edizione 2017 del ciclo letterario-culturale Amfiteatr-off, inserito nella programmazione del XXVI Amfiteatrof Music Festival, si concluderà sabato 26 agosto, alle 21:30, presso l’Ospitalia del Mare a Levanto con la conferenza del professor Diego Zancani dal titolo “Viaggiatori nei secoli in Italia alla scoperta dei cibi (non) tipici”.

Il professor Zancani, docente all’Università di Oxford e già relatore di un incontro dedicato alla poetica di Eugenio Montale per l’edizione 2016 del Festival, illustrerà le abitudini alimentari incontrate in Italia dai numerosi viaggiatori del Sette-Ottocento fino al Novecento. In particolar modo, si concentrerà sulle numerose locande situate sulle rotte commerciali internazionali e, soprattutto, sui pasti menzionati da autori quali Charles Dickens e Thomas Coryat.

L’Italia, e i suoi centri urbani più importanti, hanno sempre costituito durante i secoli una meta privilegiata per pellegrini, viaggiatori, viandanti, commercianti e mercanti. Prima ancora di assurgere a protagonista del Grand Tour, i lunghi viaggi effettuati dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare il loro sapere, la Penisola era visitata sia dai i pellegrini diretti in Terra Santa che dai viaggiatori e dai mercanti che andavano in Oriente. Le vicissitudini che travagliarono gli Stati Italiani a partire dal Cinquecento, dalle guerre alle carestie, alle pestilenze, alle persecuzioni religiose, alla pericolosità delle strade dovuta ai briganti e ai divieti delle autorità, limitarono solo in parte il flusso di viaggiatori, soprattutto inglesi e francesi, attratti sin dal Medioevo dalla ricchezza storica e artistica, dal fascino dell’antico e dalla possibilità di avvicinarsi ai classici grazie alle numerosissime fonti di sapere, dalle Biblioteche e dalle Università.

Accanto alla scoperta dei tesori d’arte e dei capolavori letterari, i viaggiatori entrarono a contatto con le innumerevoli tradizioni culinarie italiane. Partendo dalle ricerche per libro che sta preparando sulla scoperta dei cibi italiani da parte degli inglesi e americani, il professor Zancani narrerà l’incontro fra le culture gastronomiche del Bel Paese e alcuni dei più illustri visitatori, con particolare menzione all’area ligure e toscana. Cercherà dunque di rispondere ad alcune domande:
- Che cosa aveva mangiato Dickens a Genova nel 1846?
- Esisteva già il pesto nell’Ottocento?
- E come venivano conditi i "maccheroni di Genova"?
- Quali erano le carni preferite?

Fra i testimoni della cucina genovese dell’Ottocento si segnalano Charles Dickens e Thomas Coryat.
Nel 1844 Dickens compì un lungo viaggio in Italia, del quale rese conto nel volume Pictures from Italy (1846). L’autore di “A Christmas Carol” giunse a Genova nel luglio 1844 e per circa un anno risiedette, con la moglie, sei figli, un paio di governanti, un segretario, ad Albaro, a Villa Bagnarello, da lui chiamata “Pink Jail” (prigione rosa). Nell’ordierno quartiere genovese, che all’epoca era un sobborgo a poca distanza dalla città e dal mare, Dickens lavorò al romanzo “Le Campane” ma non dimenticò di visitare i luoghi della Genova ottocentesca, descrivendone minuziosamente il paesaggio e la gente: l’autore trovò difficile l’accesso al sobborgo di Albaro, raggiungibile «per stradicciole così anguste» che per entrarvi gli fu necessario prendere le misure della carrozza, tuttavia rimase estasiato dal panorama, che si stende dalla «magnifica baia di Genova con le profonde azzurre acque» alle «colline elevate con le cime spesso nascoste dalle nuvole e con salde fortificazioni appollaiate in alto» e giù fino a «una cappella dirupata che sorge sugli scogli chiari e pittoreschi della spiaggia, una distesa di vigne verdeggianti ove si può passeggiare all’ombra tutto il giorno». E concluse: «Genova è una città che prende ogni giorno. Sembra che in essa vi sia sempre qualcosa da scoprire. Ci sono i più bei vicoli e i più bei viali per passeggiare «.. .» e abbonda dei più strani contrasti: cose pittoresche, brutte, insignificanti, magnifiche; cose che danno diletto o che offendono ti si parano davanti a ogni pie’ sospinto».

Anche Thomas Coryat (1577 - 1617) fu un illustre visitatore dell’Italia e di Genova. Nella sua opera più significativa, “Coryat’s Crudities: Hastily gobled up in Five Moneth’s Travels”, pubblicata nel 1611, l’autore illustrò minuziosamente i suoi viaggi, perlopiù effettuati a piedi, per l’Europa Continentale, attraverso Francia, Italia Settentrionale (soprattutto Venezia) e Germania. Oggigiorno Coryat, il quale introdusse in madrepatria la forchetta e la parola “umbrella” in lingua inglese (avendo visto, durante il suo viaggio in Italia, come ci si copriva dal sole), è considerato un “antesignano” della moda del Grand Tour, moda esplosa fra il Settecento e l’Ottocento.

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